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Edoardo, Ylenia e Anna ci raccontano l’Etiopia

 

Quando il 16 febbraio, all’alba, siamo arrivati a Addis Abeba, ad accoglierci c’era la solita aria fredda, che avrebbe lasciato, nel giro di qualche ora, posto all’afa, all’odore di incenso e berberè e ai mille rumori della metropoli etiope. Dopo alcuni giorni ad Addis Abeba, spesi invano nel tentativo di ottenere un visto di una durata superiore all’unico, da un mese, che ci era stato concesso, siamo finalmente partiti per la nostra destinazione finale, rimandando il tentativo ad una data più prossima alla scadenza.  In viaggio per Shashamane, mentre il nostro autista ci ubriacava con la sua playlist in loop, osservavamo il paesaggio cambiare: dalle verdi distese di gomen appena fuori Addis, ai paludosi dintorni del lago Koka; dai grandi ed elaborati termitai vicino Meki, agli imponenti sicomori poco prima di raggiungere Shashamane. Lasciavamo gli occhi e le narici riempirsi di immagini e profumi, mentre qualcuno, al nostro passaggio, ci sorrideva stupito, chiamandoci faranji, stranieri. Era lontano il coronavirus, dall’Italia ed ancor più dall’Etiopia. La nostra preoccupazione erano le locuste che imperversavano voraci per il Corno d’Africa ed iniziavano a lambire le distese dorate di grano e teff dell’Amhara a nord, e del Somali a Sud.

 

A Shashamane siamo stati accolti dal caos dei bajaj, sfreccianti in ogni direzione alla ricerca impaziente del prossimo cliente. Ai lati della strada il frenetico viavai dei centri urbani etiopi, dove si mescolano le religioni, gli strati sociali, le lingue, le musiche, gli odori, i contrasti. Qualcuno friggeva sambusa, qualcuno, all’ombra di una lamiera, sorseggiava areke o masticava čat, altri portavano alla bocca le dita raccolte a cucchiaio e piene di injera, aggiungendo berberè al peperoncino e mit’mità al berberè, perché in Etiopia il piccante non è mai abbastanza piccante.  Giunti in missione e scambiata qualche parola con gli Abba, abbiamo posato le valigie nelle nostre camere e, istintivamente, abbiamo provato ad aprire i rubinetti della casa, solo per sentire un gorgoglio indistinto, perché acqua non ce n’era e non ce ne sarebbe stata. La mancanza d’acqua corrente è qualcosa a cui ci si abitua, anche rapidamente, se si ha il privilegio di avere comunque accesso a dell’acqua pulita: si impara in fretta a non gettar via neanche una goccia, a bollirla per disinfettarla e a riciclare quella che si può riciclare. Questo privilegio noi ce l’avevamo, come altri: molti, moltissimi, però, a Shashamane come in diverse parti d’Etiopia, l’acqua ce l’hanno solo quando piove o finché il più vicino corso d’acqua non si prosciuga del tutto, prima che la stagione delle piogge torni a ridare vita e colore alla terra, così come alle persone.

 

Dal primo giorno ci siamo tuffati nel progetto, ogni giorno in una scuola tra centinaia di bambini e ragazzi in festa al solo vederci. I più piccoli ti si gettano addosso, ti toccano e ridacchiano quando vedono la linea scura delle vene sotto la pelle pallida; i grandi ti guardano da lontano, aspettano un tuo sguardo, un tuo cenno, prima di avvicinarsi e chiederti come ti chiami, da dove vieni, qual è il tuo calciatore preferito. Nonostante i grembiuli stracciati, le maglie impolverate, sono la curiosità degli occhi e la naturalezza dei sorrisi a dirci che andrà tutto bene, che siamo nel posto giusto. Così le mattinate per il progetto SAD, mentre i pomeriggi si dedicavano agli incontri con i dirigenti scolastici prima, e con gli insegnanti poi, per conoscerli e farci conoscere, e porre le basi per un anno di lavoro insieme. Instaurare un rapporto non è stato semplice, per due motivi almeno: la barriera linguistica e l’orgoglioso riserbo etiope, cui si potrebbe forse aggiungere l’interiorizzata gentilezza. La critica, anche costruttiva, è considerata una scortesia e non è facile avere un feedback. Viene da sorridere a ripensare al primo incontro con gli insegnanti: dopo le presentazioni, l’introduzione del progetto e l’abbozzo di qualche prima idea operativa, abbiamo chiesto loro un parere sull’incontro, ottenendo due tipi di reazione: o il silenzio timido o gli sperticati ringraziamenti per la grande opportunità e per la nostra presenza. Nessuno, e questa è stata una costante, ha dato un vero e proprio parere personale, almeno fino al terzo o quarto incontro.

 

Passavano i giorni, pieni, tra scuole, preparazione del lavoro a casa e interminabili pomeriggi al mercato, a contrattare i prezzi tirando fuori qualche prima parola in amarico. Ogni tanto anche la luce ci abbandonava e cenavamo al lume di candela o con le assai meno romantiche torce dei nostri cellulari.

 

Poi, però, verso la metà di marzo, in Etiopia sono stati ufficializzati i primi casi di COVID-19 e nel giro di un paio di giorni il Governo ha decretato l’immediata chiusura delle scuole ed il divieto di assembramenti troppo numerosi; veniva incoraggiato il distanziamento sociale e sulle televisioni nazionali si ripetevano gli spot di sensibilizzazione sul tema; addirittura, particolare curioso, prima di qualunque telefonata, si era costretti a sentire per circa 30 secondi una voce enumerare meccanicamente tutte le precauzioni necessarie ad evitare il contagio. Nonostante questo, per noi poco era cambiato, se non che, per strada, non eravamo più faranji, ma coronavirus. Durante la prima settimana abbiamo provato a riorganizzare il lavoro da casa, preparando materiale e completando la reportistica, quando la connessione non era interrotta dai numerosi blackout. In fondo, ci dicevamo, le scuole sono state chiuse solo per quindici giorni, poi potremo riprendere, poi sarà tutto come prima. Speravamo, ingenuamente, che a differenza del resto del mondo, l’Africa e l’Etiopia in particolare, conservassero una sorta di immunità, che se non era successo finora allora non poteva più succedere, nonostante il sistema sanitario carente e l’enorme difficoltà ad osservare le più basilari norme igieniche per i tanti che devono scegliere se bere o lavarsi. Continuavamo a sentire le nostre famiglie chiuse in casa in Italia e guardavamo con sconcerto e apprensione il numero dei contagi e dei morti salire vertiginosamente. L’idea comune era che si stava meglio lì, in quell’angolo d’Etiopia che già iniziavamo ad amare; e scacciavamo il pensiero, pur presente, che sarebbe stata solo questione di tempo prima che le circostanze ci obbligassero ad un frettoloso rimpatrio. I contagi d’altra parte, seppur lentamente, continuavano a crescere e di ora in ora eravamo più consapevoli che le scuole non avrebbero riaperto e che bisognava tornare, e in fretta, finché i voli c’erano ancora.

 

Il 23 marzo, con lo stesso autista e la stessa musica che avevano segnato il nostro inizio, siamo tornati a Addis per prendere il volo di ritorno. Check della febbre e siamo già in aereo, prima di sapere come salutare, prima di sapere quando poter tornare. Accanto a noi un infermiere serbo, membro di una squadra di Emergency inviata dall’Uganda per aiutare nel caos dell’ospedale di Bergamo, vessato come pochi altri da questa pandemia; ci offre un po’ di disinfettante per le mani da un vasetto, “this is good, high alcohol percentage” ci dice sorridendo sotto la mascherina, e ci racconta delle sue esperienze in Sierra Leone e Repubblica Democratica del Congo per contrastare l’Ebola. Anche di lui, come di quei bambini etiopi, ci colpisce la curiosità negli occhi, nonostante abbia visto così tanto, forse tutto. Atterrati in Italia, eccoci nella macchina delle autocertificazioni e del dove vai e perché, mentre la gente tesa battibecca e i poliziotti, stanchi, distribuiscono fogli e penne. Però, nonostante tutto, nonostante la partenza forzata, le pochissime ore di sonno e la situazione alienante, non siamo tristi, no. Abbiamo la speranza e la voglia di tornare, continuare il nostro lavoro, continuare a cercare quegli occhi che ci rassicurano, che ci dicono che sì, questo mondo è tutto storto, ingiusto, però qualcosa si può fare, un futuro migliore, finché ci sono quegli occhi, si può provare a costruire, insieme.